...In attesa del ritorno del mio header SPLINDER... devi morire la notte di Natale!!!
Blog terribilmente di Destra
MANEGGIARE CON CAUTELA
HIC SUNT LEONES
IL FUOCO SEGRETO DI THULE
NATO: sì, convincetevene. VIVO: fuori di qui. CREDO: che la salute e le donne si escludano l'una con le altre. COMUNQUE: comunque niente.
ASCOLTO: le ventole del mio pc. LEGGO: quello che sto scrivendo ora. MI PIACE: poco. Chi si fa i fatti suoi, magari. NON MI PIACE: la zucca. Tranne se è in frittelle. MORTE PRESUNTA: intorno ai 35. Ma che sia una morte come dico io.
AMEN
AVVERTENZA:
questo è il blog più snob della rete indi per cui la quale non potreste lasciare commenti qui. Ma dopo tempo immemorabile ho reisnerito l'opzione; I commenti saranno moderati e non pubblicati in tempo reale.
Se vi va vene così, bien. Sennò aria. Ve lo dico con gentilezza.
IMPICCALO PIU' IN ALTO Un racconto dei Seven Peaks Con titolo copiato ad
altri
Facevo il paio coi giorni di niente, di quando stavo veramente
male. Mi ricordava (va bene, si sopravvive meglio con altre associazioni di
idee, ma l'ho detto che stavo male) quella canzone di Celentano (e va bene,
stavo malissimo), Azzurro, quando parla delle domeniche da solo -con tanto sole-
in un cortile a passeggiar. Ecco, io avevo passato anche di peggio. Quelli
erano i giorni di niente, quando credevo di morire e non me ne importava (di
allora mi è rimasto questo: non me ne importa di morire). E qui, per l'appunto,
facevo il paio: non erano magari proprio uguali, ma avevo già i cazzi miei,
senza bisogno che un giudice mi sbattesse ai lavori sociali forzati (no, non
credo che la formula fosse proprio questa), insomma, a fare lo spazzino. Mi
dovevo far beccare per Ricostituzione, allora sì. Mi davano la galera, ma anche
la dignità. E trovavano i coglioni di chiamarmi fascista. Ma è stata in
gran parte colpa di quella stronza, la mia avvocatessa (o avvocato femmina. Il
problema è che è femmina. Imbranata totale). Ci mancava solo implorasse
clemenza. Propaganda, violazione di Legge Mancino/Scelba, istigazione all'odio,
tutto derubricato in è un bravo ragazzo che va recuperato. Ci sono finito così,
a fare lo spazzino per trenta ore per la vita: un errore giudiziario clamoroso.
Mai vista una rispettabile Corte dare trenta ore all'aria aperta a ripulire
viali a chi avrebbe meritato trenta ergastoli. -Io invece lo faccio perché mi
pagano, che cazzo ti lamenti? Meno cazzate e più lavoro e a quest'ora ci avevi i
soldi anche tu- Lo sai cosa mi ci compro, coi soldi che non ci ho? Il
silenzio. La possibilità di far tacere quelli che devono dirti la loro opinione
anche quando li consideri meno della spazzatura che vai ramazzando. -L'ho
capito che pensi ai soldi, tu. Non venirmi a dare sti cazzo di pareri. Pensa a
quello che ti pare e vivi per quello che ti pare, ma non pretendere che sia come
te. Io non sono ebreo- -Lo sapevo. Dovevo capirlo dall'accusa... oltre che
fascista sei pure un razzista di merda- -Sì. Ma tu resti ebreo. Ebreo,
spazzino, e affamato di vile denaro. Usuraio- -Testa di cazzo, guarda che
sono ebreo davvero, i tuoi insulti sono una gaffe che ti si ritorce
contro- -Testa di cazzo, ma se ti chiami Davide e hai un cognome che è il
nome di una località, vuoi che non lo sappia chi sei? E và a lavorare più in là,
che mi schifo pure a starti vicino, strozzino. Immergo le mani nella spazzatura
ma col cazzo che sopporto la tua presenza- Ora, non so se si evince che ero
francamente invelenito. Con nessuno in particolare, a dire il vero, o forse sì,
ma poteva pure essere roba che esulava da quelle tristi vicende terrene (già
detto, no?, che avevo i cazzi miei a prescindere). Magari potevo contare fino a
dieci, ma mi serviva collaborazione. Un idiota che anziché stare zitto mi viene
pure a dire che nella vita importanti sono i soldi, non collabora. Affatto. Non
mi distende i nervi e non aiuta a migliorare l'umore. L'amico, spazzino di
fede prima che di professione -tanto può il dio denaro- non decise subito. Gli
si leggeva in faccia che aveva voglia di dirne tante, ma tante, un discorso di
dieci minuti senza interruzioni, almeno. Del resto uno condannato in tribunale
per fascismo non lo si incontra tutti i giorni, e qualcuno potrebbe ritenerla
un'occasione da non perdere... questa me la dovrei far segnare sulla carta
d'identità. Una promozione ad un certo rango, da teppista di quartiere a
fascista nemico dello Stato. Comunque, lui ci ripensò. E certo. Senza nemmeno
dire una parola, si girò su se stesso e fece per allontanarsi, contando magari
sul rapporto che mi avrebbe fatto seguito da regolare denuncia (o forse no,
rischiava di sopportarmi più a lungo, hai visto mai mi raddoppiassero le trenta
ore per la vita di servizi sociali). Poi si fermò. Qualcosa da dire l'aveva, e
poteva pure essere originale (non gli accordavo tutta questa fiducia ad un
verme che viveva solo per lo stomaco ed il portafogli, ma: poteva pure
riuscirci), ma come detto, non gli accordavo fiducia eccessiva: e perché starlo
a sentire se rischiavo di precipitare in una litania mortale che mi rompe i
coglioni da quando facevo le medie e mi facevano leggere Anna Frank, guardandosi
bene dal ricordare che è un falso acclarato? Notai che si era voltato a dire
il suo alea jacta est ma gli negai l'ingresso nella storia con un poderoso
quanto opportuno calcio nel culo. -Oltre che usuraio sei pure stupido. Lo
capisci o no che qui non ti ci voglio e che mi devi stare lontano? Devo farti
ingoiare i denti d'oro ad uno ad uno per ficcartelo nelle corna, sto
concetto?- -Pezzo di merda... pezzo di merda... ti sei rovinato... stavolta
ci finisci, in galera, coglione... ti denuncio... stavolta non lo incontri un
bastardo di giudice fascista che ti rimette in libertà a lavorare invece di
buttarti nel cesso e buttare la chiave, pezzo di...- Comunque,
precauzionalmente l'amico se ne stava lontano, e si allontanava sempre di più.
Il mio aspetto fisico, il mio sguardo e la fedina penale viva per miracolo erano
già una miscela esplosiva che consigliava di fare come avevo suggerito, e di non
starmi vicino. Sollevai la ramazza in segno di minaccia e finalmente lo
spazzino, quello vero, se ne andò a scopare un altro tratto di quel viale di
merda ripieno di fogliecce e lattine vuote.
Me lo ricordo ancora, era l'autunno di qualche anno fa. L'aria era morta, si lasciava a malapena respirare, o forse mi sentivo io così. Periodo
brutto, ma sul serio, proprio. Non come i giorni di niente, quando stavo male da
morire e appunto pensavo che sarei morto, ma certe cose vengono una volta sola
(spero), e se in fondo sto a raccontarlo vuol dire che il destino non ha
(ancora?) concesso il bis. Ma periodo bruttissimo, quello sì. Che poi certe cose
ti restano dentro, comunque, per la vita. Allora ti aggrappi ad ogni oasi di
serenità che trovi, e peggio è quando la perdi. Che poi ti fai cattivo, o non
sai manco tu come. Forse non era cattiveria. Avevo una belva dentro e quella mi
è rimasta, la differenza con oggi è che oggi so come domarla quasi sempre. Ma
poteva non essere cattiveria, allora, che fascista lo sono sempre stato,
teppista di quartiere forse pure, ma credevo davvero in ideali nobili e volevo
fare il samurai. Solo che: vai a distinguere, quando stai in quel modo. Vai a
lottare nel giusto, quando sei solo un'incognita impazzita di un sistema in
preda al caos. Vai, vai, e vedi cosa ne esce. Poteva non essere cattiveria, ma
la belva allora era troppo forte per tenerla a freno, e mi ero ritrovato in un
tribunale. Fascista, era l'accusa. Ne sarei orgoglioso anche oggi. Ma di tante
cose combinate allora no, testa di cazzo. Facevo il fascista sfasciando il
mondo, rimasto com'ero senza guerra, e mi ero trasformato nel sasso di una
fionda, io ero la fionda ed anche il sasso, mi scagliavo contro ogni cosa solo
per distruggere. All'epoca il mio fascismo era solo violenza cieca, o quasi: nobili ideali per carità, onore fedeltà coraggio, e pratica di sangue e violenza, accecato dalla belva e dall'odio che in quegli anni mi possedeva razzolavo male. E respiravo aria morta. Me lo ricordo bene, quell'autunno. Di merda.
Il coso mi guardava, pochi metri più in là. Lo notai solo
allora, era un periodo in cui anche i miei occhi appartenevano alla belva, e la
belva all'epoca era incapace di guardare più in là di un paio di metri, anche in
senso figurato. Ora che rammento meglio, in effetti, fu che urtai il coso con la
ramazza, mentre frustavo con una certa furia orgiastica quel viale. Era
piccolo, con gli occhi azzurri e manine microscopiche. Vestiva uno straccetto
celeste e mi guardava fisso con una specie di sorriso accondiscendente. Quei
sorrisi di fabbrica, pensai, quelli venuti così a ficcare nella testa di tutti
che il mondo è bello. Ma lui era piccolo, ignaro, senza storia ormai, e non
sapeva nulla del perché gli avessero fatto quel sorriso. -Cazzo hai da
guardare, tu? E che cazzo mi ridi?- Ovviamente non rispose. Non so se davvero
mi aspettavo che lo facesse, o se semplicemente cercavo la scusa per sferrargli
poi quel calcio violento, rispondimi quando ti parlo. Ma sì, doveva essere così,
volevo solo una scusa per dare un calcio a qualcosa, ancora. Io, o la belva, o
tutti e due. La testa si staccò per metà, e il pancino s'incavò un pò.
Plastica dura, almeno. Sorriso di fabbrica del cazzo ma materiale decente. Fosse
stato scadente, la testa sarebbe arrivata fino alla strada, invece, per amore o
per forza, alla fine gli restò attaccata. Siccome per trenta ore dovevo pure
fare lo spazzino, corsi anche a recuperarlo, bestemmiando per hobby. Lo afferrai
dal tronco con una mano e strinsi forte, a stritolarlo. L'avrei fatto davvero,
credo, e l'avrei infilato nel sacco della spazzatura un pezzo alla volta. Rotto
era già rotto di suo, altrimenti non lo avrebbero buttato via, nel parco. E
brutto, c'è da dirlo, lo era di fabbrica, sorriso compreso. Beh, ma non lo
stritolai. E non lo buttai via. Non distinguo una quercia da un salice,
quindi non saprei dire quale albero fosse: uno dei tanti alberacci di merda di
quel viale di merda di quel parco di merda dove avevano messo il teppista
fascista a spazzare merda per trenta ore non pagate, a fargli scontare la pena
di esser nato. Meglio lì che in strada a far danni, avrà pensato il giudice,
convinto dalla prosopopea di quell'avvocatessa da due soldi che ero un bravo
ragazzo e non meritavo, in fondo, la galera, e che non avevo poi fascistato così
tanto. beati loro. Dicevo, non saprei dire quale albero fosse, e quasi non
saprei dire il perché, né so tutt'oggi se poi nella vita ci debba essere davvero
un perché per tutto. Non so nemmeno se ascoltai la belva o il fascista o il
teppista o semplicemente me stesso. Ma del bambolotto trovato impiccato con
un laccio di fortuna, nel parco, ad un albero annerito dall'autunno (quercia o
salice, poco importa) ne parlarono anche con un certo interesse, i giornali, chi
con divertimento, chi con apprensione. E chissà chi è stato, e chissà perché. Ma questa è un'altra storia, rimasta anch'essa nelle spire di aria morta di quell'autunno.
Su Rohan, su campi e stagni, tra l'erba verde e
alta, Soffia il Vento dell'Ovest, e il muro e il vallo assalta. «Che nuove
stanotte per me, o Vento dell'Ovest vagante? Boromir l'Alto vedesti, al
chiaro di luna o al sole avvampante?». «Sette torrenti passò cavalcando,
grigi e ruggenti; L'ho visto in terre deserte, solo, inseguire i venti E
l'ombre del Nord, per sempre. Ha udito il Vento del Nord, Forse, suonare il
corno del figlio di Denethor». «O Boromir!, dalle mura gurdo a ovest,
cercandoti invano, Ma tu più non sei tornato dal buio deserto lontano».
Soffia il Vento del Sud, da dune e scogliere, dal Mare, Con
voce tremante, e porta fin qui del gabbiano il gridare. «Che nuove dal Sud
per me, o vento che spiri fremendo? Dov'è Boromir il Bello? Tarda, ansioso lo
attendo». «Non chiedermi dove egli sia...Le ossa son molte Sui neri scogli
e sulla bianca rena, nelle cupe notti sconvolte; Tanti, in cerca del Mare,
dell'Anduin solcan la via. Chiedi al Vento del Nord che ne è di quelli che
m'invia!». «O Boromir! Là dove geme il Vento, la via porta a sud verso il
Mare, Ma tu non giungi al grido dei gabbiani, dalle grige sponde del Mare».
Dalla Porta dei Re soffia il Vento del Nord, sopra rapide e
forre; Freddo e limpido il suo richiamo scroscia e tuona intorno alla
torre. «Che notizie dal Nord, o vento possente, rechi oggi per me? Che ne
fu di Boromir l'Intrepido, che da tempo qui più non è?». «Sotto Amon Hen
gridava, oppresso da molti nemici. L'elmo rotto, la spada in frantumi, alle
acque l'affidaron gli amici. Il capo fiero e il bel volto alla morte han
consegnato. E Rauros, le rapide d'oro, lontano con sé l'ha
portato». «Boromir! La Torre di Guardia sempre a nord rivolta sarà, Verso
Rauros, le rapide d'oro, sino all'ultimo dì che verrà».
Su Rohan, su campi e stagni, tra l'erba verde e
alta, Soffia il Vento dell'Ovest, e il muro e il vallo assalta. «Che nuove
stanotte per me, o Vento dell'Ovest vagante? Boromir l'Alto vedesti, al
chiaro di luna o al sole avvampante?». «Sette torrenti passò cavalcando,
grigi e ruggenti; L'ho visto in terre deserte, solo, inseguire i venti E
l'ombre del Nord, per sempre. Ha udito il Vento del Nord, Forse, suonare il
corno del figlio di Denethor». «O Boromir!, dalle mura gurdo a ovest,
cercandoti invano, Ma tu più non sei tornato dal buio deserto lontano».
Soffia il Vento del Sud, da dune e scogliere, dal Mare, Con
voce tremante, e porta fin qui del gabbiano il gridare. «Che nuove dal Sud
per me, o vento che spiri fremendo? Dov'è Boromir il Bello? Tarda, ansioso lo
attendo». «Non chiedermi dove egli sia...Le ossa son molte Sui neri scogli
e sulla bianca rena, nelle cupe notti sconvolte; Tanti, in cerca del Mare,
dell'Anduin solcan la via. Chiedi al Vento del Nord che ne è di quelli che
m'invia!». «O Boromir! Là dove geme il Vento, la via porta a sud verso il
Mare, Ma tu non giungi al grido dei gabbiani, dalle grige sponde del Mare».
Dalla Porta dei Re soffia il Vento del Nord, sopra rapide e
forre; Freddo e limpido il suo richiamo scroscia e tuona intorno alla
torre. «Che notizie dal Nord, o vento possente, rechi oggi per me? Che ne
fu di Boromir l'Intrepido, che da tempo qui più non è?». «Sotto Amon Hen
gridava, oppresso da molti nemici. L'elmo rotto, la spada in frantumi, alle
acque l'affidaron gli amici. Il capo fiero e il bel volto alla morte han
consegnato. E Rauros, le rapide d'oro, lontano con sé l'ha
portato». «Boromir! La Torre di Guardia sempre a nord rivolta sarà, Verso
Rauros, le rapide d'oro, sino all'ultimo dì che verrà».
LastThule torna presto, presto, presto. Magari già stasera, anche se ho un appuntamento con una (ma devo solo far trascorrere il tempo fra Una e un'Altra con "una" qualsiasi), però forse prima di uscire riesco a scrivere qualcosa delle molteplici cose che mi passano per la mente adesso. Adesso no che ho da fare vieppiù (vinta la scommessa, sono riuscito ad infilarlo in un discorso), e vi lascio però almeno il mito di Valentino Mazzola, indimenticabile capitano del leggendario Grande Torino.
La RAI manda in onda la sua celebrata fiction sulle foibe, IL CUORE NEL POZZO, che di foibe ne parla quanto più possibile sottovoce, eppure qualcuno si lamenta. Lo fa il governo sloveno, perché il film e la memoria stessa di quella tragedia sarebbero venati di razzismo anti-slavo; lo fa l'ultrasinistra, perché le foibe non sono mai esistite (versione a), ci sono caduti dentro i partigiani (l'incredibile versione b), ci sono stati infoibati solo fascisti e collaborazionisti (versione c), sì, c'è capitato anche qualche civile, qualche innocente, persino qualche comunista, ma alla fin fine le foibe sono state solo la sacrosanta e non organizzata reazione del popolo slavo alle "angherie" subite per vent'anni per mano dei nazifascisti (versione d, detta anche Variante di Houdini, quella che fa sparire dalla storia il IX Korpus titino). E tutto questo per cosa? Per un filmetto ridicolo e ipocrita. IL CUORE NEL POZZO non mantiene nemmeno lontanamente promesse e premesse. L'Abisso è sfiorato, impalpabile, di sottofondo. Poteva essere una scelta per così dire poetica, e va bene, andiamo avanti. C'è l'immancabile storia d'amore, ovviamente fra l'italiano e la slava, perché l'amore supera le barriere eccetera, ed è abbastanza politicamente corretto. Il personaggio maschile, interpretato da Beppe Fiorello che per ironia della sorte nell'altrettanto contestatissimo (ma più coraggioso) LA GUERRA E' FINITA era un partigiano, è un soldato italiano nel nord-est del 1945: ovvero è un aderente della RSI, ma stavolta, contrariamente a LA GUERRA E' FINITA -quando il repubblichino, affidato alla bella presenza di Alessandro Gassman, era, orrore orrore, addirittura un eroe-, questo non si può dire (i più furbi fanno due più due, gli altri pensano solo che è italiano). C'è il prete buono che deve salvare i bambini, uno dei quali figlio dello stupro (ah, meno male, questo si può ricordare) e inseguito dal padre biologico, una belva capace di stuprare una donna e poi però -politically correct, è pur sempre uno slavo, dovessero offendersi i figliocci di Tito- capace di commuoversi quando lo vede da lontano. Core de papà. E per un film così, si sono pure offesi. Migliaia di morti infoibati(le cifre più tragiche arrivano a quindicimila), centinaia di migliaia di sfollati (fino a trecentocinquantamila), e Tito che diceva "ma se ne sono voluti andare loro, che colpa ne ho io?", cavità carsiche ancora non aperte, gente libera di andarsene in giro a dire che la foiba di Basovizza è un falso storico (esattamente come la Risiera di San Sabba, esattamente come le camere a gas, solo che dire questo è reato), di andarsene in giro a dire che tanto quelle migliaia di morti erano tutti fascisti... e si offendono per un film in cui si svela l'uno per cento di un orrore senza fondo. Altro che tutti quei bei filmoni, documentari, opere teatrali, racconti, fictions, sui morti nei campi di concentramento nazisti. Lì hai voglia, quante belle cataste di cadaveri, inquadrate da tutte le angolazioni, e quel senso di sottofondo che sembra dirti li hai uccisi tu. Qui, vediamo di non offendere gli sloveni eredi della Jugoslavia titina. E' proprio vero, ci sono morti più morti degli altri, e le cataste non sono tutte uguali.
...Adesso siamo la maggioranza a chiamare l'Italia patria.
Dimmi tu, che vuoi di più? Mille seicento chilometri circa dalle Alpi a Lampedusa, una cartina geografica eretta a ideale più nobile, una patria misurata in chilometri, in centimetri, messa assieme col collante. Alleanza Nazionale che chiude il suo decennale scrive l'ennesimo capitolo del suo revisionismo inventandosi impossibili equilibri fra il Male Assoluto e il nazionalismo moderato che una parte dei suoi elettori ancora le chiede, e così l'Italia diventa una patria sul modello amerikano, patria semplicemente di chi nasce per caso entro i suoi confini, patria ottocentesca goffa e ridicola nell'era dei giganti in cui più di ogni altra l'Europa, la sola patria possibile, fa talmente paura che è sempre più tenuta rinchiusa e incatenata dalla tenaglia americogiudaica, proprio ora che dovrebbe incarnare la sola vera patria che possiamo chiedere.
Alleanza Nazionale aspetta il 2005 per inventarsi una patria: quando ancora poteva e doveva, non era un'idea abbastanza politically correct. E del resto! Adesso hanno trovato anche il modo di indignarsi per la prescrizione dei reati dell'Arancia Meccanica de Noantri, quando si trattava semplicemente di andare a prendere Lollo e ricondurlo in Italia a calci nel culo (oppure scuoiarlo vivo direttamente in Brasile, fa poca differenza) non era proprio il caso di rovinare gli equilibri politici. Priebke, invece, che era il Male Assoluto, per una storia di sessant'anni fa in cui eseguì degli ordini in tempo di guerra fu mandato a prendere in Argentina. E Alleanza Nazionale intervenne solo quando si trattò di espellere il suo deputato che distribuiva videocassette sulla vicenda del Capitano.
Signori, sono prossimo al decollo. Ho preso la decisione di andare via, e intendo proprio via, ed è meglio che non dica qui a fare cosa e dove. Credo di potercela fare entro la fine dell'anno, a salutare tutti e a cambiare vita (no, non ve lo dico, tanto non ci credete), e non so se avrò ancora un blog (e un accesso ad internet) da allora in poi.
Ho deciso che di tutto questo (ma sarebbe ora troppo lungo fare la lista di tutto questo) ne ho abbastanza. Non è vita che mi somigli e non intendo viverla più. Forse ne riparleremo, nei prossimi mesi.
Una scommessa: forse ce la faccio, a morire entro i 35 anni, della morte che dico io. Fatemi gli auguri.