...In attesa del ritorno del mio header SPLINDER... devi morire la notte di Natale!!!
Blog terribilmente di Destra
MANEGGIARE CON CAUTELA
HIC SUNT LEONES
IL FUOCO SEGRETO DI THULE
NATO: sì, convincetevene. VIVO: fuori di qui. CREDO: che la salute e le donne si escludano l'una con le altre. COMUNQUE: comunque niente.
ASCOLTO: le ventole del mio pc. LEGGO: quello che sto scrivendo ora. MI PIACE: poco. Chi si fa i fatti suoi, magari. NON MI PIACE: la zucca. Tranne se è in frittelle. MORTE PRESUNTA: intorno ai 35. Ma che sia una morte come dico io.
AMEN
AVVERTENZA:
questo è il blog più snob della rete indi per cui la quale non potreste lasciare commenti qui. Ma dopo tempo immemorabile ho reisnerito l'opzione; I commenti saranno moderati e non pubblicati in tempo reale.
Se vi va vene così, bien. Sennò aria. Ve lo dico con gentilezza.
Fuochi a forma di ruota e di swastika, così gli antichi Ariani salutavano il Dio che sembrava morire, accompagnandolo nella sua battaglia notturna in quella che era la notte più lunga dell'anno, quando ogni cosa moriva; più buia la notte, più luminosi i fuochi, ed il Sol Invictus ritornava trionfante a splendere sugli Uomini Che Eravamo. Da Schermonero.splinder.com un felice Solstizio d'Inverno e Buon Anno Nuovo a tutti
"Non ne sono ancora sicura, ma la comunicazione di tenersi pronti è già arrivata e temo che fra poco dovrò andare alle Maldive con la Protezione Civile per portare i soccorsi". Parole e musica della mia ragazza. Sì, avete capito bene (e non sapete ancora tutto), sto insieme a Wonder Woman. Questo post è una lettera aperta a lei (te), aperta -cioé leggibile da tutti- perché tocca argomenti che già questo blog ha in passato affrontato. S'incontrano due nazionalismi, due destre diverse, due intendimenti diversi, nè contrastanti nè convergenti, sugli Ideali che animano questa parte di cielo o di fogna o di quel che pare a voi.
Perché, vedi cara, non è certo la Protezione Civile l'argomento che affronterò. Sai, avrei potuto farne parte anch'io, spinto dal tuo esempio ovviamente, se non fossi assolutamente contrario al limite dell'idiosincrasia al concetto di "volontario", da quel punto di vista. Ci sono passato in parte. Posso farne un ragionamento venale e bieco, ma col cavolo che faccio qualcosa, se non mi pagano -e sai bene che io sarei comunque il primo, trovandomi presente in una situazione di emergenza, a dare una mano (fin quando non arrivi tu coi tuoi colleghi a scacciarmi mentre sto salvando il mondo tutto da solo senza bisogno di aiuto, perché "i civili non possono essere coinvolti"... tsé... egocentrici). Nulla! Volontario per la gloria che non arriva, non lo sarò mai. E' vero, l'egocentrico sono io, però. Difficile sopportare che sia tu quella autorizzata dalla legge perché indossi quella divisa e hai esperienza nel settore a buttarti fra le fiamme per salvare il mondo mentre io devo starmene in disparte: ah, rabbia e invidia! E sì che tu fai queste cose perché ci credi, perché vuoi dare una mano, e io le farei solo per il gusto provato troppe volte (ma è una droga, non so smettere mai) di sentirmi di nuovo sul piedistallo e di atteggiarmi ad Eroe (per il 2005 prometto di cercare di migliorare questo lato del carattere). Non te lo dirò mai abbastanza, che sono orgoglioso di te (anche se piuttosto che farti andare alle Maldive a sfoggiare la tua divisa da Supergirl ti legherei al letto). Qui invece, vedi cara, voglio spiegarti la differenza fra noi, quella che non ho avuto ancora il tempo di fare a voce (anche perché, vivaddio, dal vivo facciamo di meglio che perderci in chiacchiere); dico, quella differenza che ha portato me a voltare, in parte, le spalle alla bandiera tricolore di quella che non m'interessa essere una nazione -che dovrebbe essere mia- e ha portato te (cose dell'altro mondo...) a fare domanda per entrare pure nell'esercito (!). Se tutto va come speri, ti arruoleranno, e partirai: andrai in giro per il mondo in zone di guerra a fare esperienze di vita che il 99,9% delle ragazze come te manco s'immagina (mentre io dovrò far costruire a casa mia una stanzetta per gli ospiti, visto che mi servirà l'analista 24 ore su 24). "Beh, sei solo? Dov'è la tua ragazza?" "In Afghanistan in missione, non so quando torna". Si può campare così? Perché non lo fanno fare a me, il Supereroe? Vedi cara, anche per questo sono orgoglioso di te (oltre a trovarti irresistibilmente sexy in uniforme militare, ma tu lo sei anche travestita da Krusty il Clown: ma non potevi continuare a fare la modella per diletto?). E sono fiero che gli Ideali che affermi non siano solo parole, ma si traducano in azioni e stile di una ragazza che a determinate affermazioni fa seguire i fatti, e che dà un significato vero col suo esempio a quelli che sulla bocca di molti sono solo slogan. La nostra divergenza sta forse nei modi, o nel fatto che io sono andato troppo oltre lungo questa strada a Destra; perchè, nonostante di te io sia fiero, quella bandieranon la servirò mai. Non la sento mia. Non sono nazionalista perché io non credo nella nazione: non so che farmene, di una nazione, di un'entità che va dalle Alpi alla Sicilia e un centimetro più in qua o più in là non c'è più; non posso sentirmi parte, e difenderla e onorarne la bandiera, di un'entità che non è comunità, che non ha razza ma solo cittadinanza, che non ha tradizione, che non ha memoria del suo passato, non ha radici. Non posso accettare il concetto stesso di nazione, così com'è è solo un inganno massonico. Meno che mai posso combattere nel nome e per conto di questo Stato. Questo mi lacera più di quanto si possa immaginare. Oggi, io non ho una bandiera (salvo, forse, quelle insegne che comunque sarebbero vietate), oggi io non ho una Patria. Non ce l'ho, sono orfano, sradicato, la mia sola Patria sono quelle idee che sono disposto a difendere anche col mio sangue, ma è la stessa Italia che tu servirai con onore che se ne fa nemica, che le rinnega. Siamo generazioni cresciute, dopo la sconfitta militare del '45, con il sogno dell'Europa: ma anche quella vecchia zoccola di un'Europa, che doveva incarnare la nostra Patria, che doveva ridarci l'Impero (cos'è una Patria, se non una promessa d'Impero?), lo vedi cos'è? Lo vedi cosa ne hanno fatto, Turchia o non Turchia? Perdonami, ma se prima mi hanno stracciato sul muso l'Europa e dopo ne hanno edificato una loro che è una caricatura grottesca, per di più prona all'in-culturazione USA, a maggior ragione io non posso amare, e avere per Patria, l'Italietta. Ecco, in questo siamo diversi, due destre che interpretano in modo divergente l'identico Ideale. E non sono certo di avere ragione io, figurati. Ma così ormai ci sono, o ci sono diventato, e indietro non posso tornare, non avrò mai in animo di giurare fedeltà a quel tricolore che per associazione d'idee (e per la storia stessa che ha alle spalle e che ha portato a scegliere proprio quei tre colori come emblema nazionale) non mi parla della mia civiltà, della mia gente, della terra natìa, ma richiama -vagamente e senza colpa, ma l'idea mi è insopportabile lo stesso- l'ombra odiata del Nemico, al quale non darò la mia forza, nel nome del quale, l'ho giurato, io non combatterò. Ma per te è diverso, e io ti sosterrò sempre e per sempre.
PS non far caso al titolo, volevo scrivere "ti adoro" ma non ci entrava... PPS comunque col cavolo che ti mando alle Maldive PPPSe scordati anche l'Afghanistan & affini
Probabilmente la Lega Nord sbaglia approccio e propaganda nell'esprimere le sue obiezioni all'ingresso della Turchia in Europa. Il Carroccio gioca come sempre le sue carte sul malcontento popolare, miscelandolo con richiami ad una ormai indistinta tradizione cristiana e ai momenti storici in cui essa ha saputo riunire i popoli d'Europa sotto un'unica insegna, che rappresentava la nostra Civiltà, in opposizione all'invasione islamica a cui più volte quella che una volta era la Terra degli Eroi ha opposto un invalicabile muro d'acciaio (come gli stessi cronisti arabi chiamavano la compatta muraglia della armature dei cavalieri europeenses). Purtroppo, è lecito dubitare che nell'Europa delle banche e dell'euro, in cui la preoccupazione di coloro cui questa propaganda è rivolta (fruttivendoli, contadini, casalinghe, semi-borghesi, gente di strada e affini) è tutta di tipo economico, sul come arrivare alla fine del mese (col cristianesimo che fa da paravento), possa far presa l'evocazione di Lepanto, Poitiers e Vienna, Orlando che snuda Durlindana o El Cid che marcia a reconquistar la patria, fino all'ultimo scoglio di Granada. Il popolo, nei sogni della Lega l'anima che il partito di Bossi vorrebbe incarnare -quantomeno il popolo della Padania, regno senza re... e senza regno-, nemmeno sa cosa siano, Lepanto e Poitiers. Viviamo in un'era mediatica in cui la paura è legata al terrorista musulmano perché lo dice Bruno Vespa, e allora sì, l'ingresso della Turchia nel baraccone può creare turbamento alla sciùra, con tutti quei turchi non cristiani -ottanta milioni- che avrebbero permesso di libera circolazione nelle strade delle metropoli d'Europa e nei vicoletti dei più sperduti paesini. Ma chi non ha una storia, perché non ha memoria, perché non ha più tradizione, non può comprendere come sia innaturale dover sentire come non diverso da sè, non alieno, quel mondo al di là del mare, l'Impero degli Ottomani, terrore delle nostre coste i suoi navigli, per secoli. Diverso da sé e alieno non significa necessariamente nemico, tanto più che l'opposizione non è netta, fra mondi che si sovrappongono: vi sono arabi non musulmani, turchi cristiani, italiani musulmani, ovviamente arabi non turchi, eccetera. L'Impero Ottomano non era solo e non era semplicemente Islam, contrapposto a queste terre che da poco meno di duemila anni hanno accettato come Verità il Verbo di Cristo; e Mussolini aveva ricevuto dal Califfo in persona il titolo onorifico di Spada dell'Islam. Sono mondi che possono confrontarsi, incontrarsi, darsi tanto. Ma non affratellarsi, se non nei sogni -turpi- di chi questa unione la vede solo come mezzo, per giungere ad un ancor più turpe scopo. In termini economici e geo-politici odierni, lasciamo stare ormai Lepanto e Poitiers che tanto abbiamo impiegati e manager, non più cavalieri e duchi guerrieri, la Turchia nell'Unione serve come testa di ponte degli interessi americani, impegnati su due fronti (l'altro non è l'Iraq, ma la Cina) a conservare per tutta la durata del tempo concesso da Dio a questo sciagurato pianeta la loro egemonia totale mondiale. L'alleato turco viene scagliato come una bomba negli ingranaggi di questa strana Europa nascente, per metà alleato militare (a troppe teste, più forte il legame con l'Italia, complicato quello con Germania e Francia) per l'altra metà avversario economico (a cosa credevate che servisse Echelon, a intercettare terroristi e contrabbiandieri di droga? Si è visto quanto è servito il Grande Orecchio, l'11 settembre...); la Turchia, gigante demo-geografico, che diventerebbe la seconda nazione dell'Unione per numero di abitanti (senza contare le enormi comunità tuche di Francia e soprattutto Germania) avrebbe da subito un peso decisivo nel Consiglio, sconvolgendo gli equilibri europei e portando avanti gli interessi dell'alleato (padrone) d'oltreoceano, oltre che i suoi. Vabbè, a ben vedere nemmeno questi argomenti potrebbero far presa sulla sciùra, sul nipote meccanico, sul fratello contadino padano. Ma alla fine, chissenefrega. Siamo presi dalla forse folle tentazione di far sì che tutto vada proprio come sognano lorsignori, e magari accentuare anche il processo, verso l'Europa senza razza, patria e tradizione che è loro e non sarà mai la nostra. Forse è uno sbaglio sperarlo, ma chissà... chissà che galoppare così velocemente verso la rovina non porti davvero alla deflagrazione, a quella famosa disintegrazione del sistema che qualcuno teorizzava già da anni. Per ricostruire sugli errori, e dopo gli orrori, occorre prima abbattere le ultime macerie.
Due poeti, così diversi, personaggio fino in fondo l'uno, icona a lungo sfruttata da quelli che dovevano essere dalla sua parte e poi per vergogna e stizza gettata via, antieroe fino in fondo l'altro, che ha pagato tutto il prezzo di essere nato nella terra di Dante e di non essere Dante: destino che tocca ai poeti contemporanei italiani, persino ai grandi come Montale e Quasimodo, fossero stati svedesi o brasiliani sarebbero nell'empireo assieme a Baudelaire e Kipling, sono stati italiani e allora saranno eternamente secondi, dopo le vette dei sommi quali Dante, Petrarca, eccetera. L'uno, Pier Paolo Pasolini. L'altro, VincenzoCardarelli. L'uno, rigurgitato, digerito e poi espulso dalla sinistra, troppo bacchettona, inchiodata al presunto senso del pudore (era Bobbio ad accigliarsi terribilmente contro tutti gli intellettuali della sua parte che cedevano agli istinti della letteratura erotica, come Moravia: non si può essere ad un tempo democratici ed "erotici", scrisse, l'erotismo, il sesso, sono antiproletari e antidemocratici. Democrazia è controllo, castità, morigeratezza, il sesso annebbia il controllo, fa vincere gli istinti... fino al punto che il periodo di massimo splendore dell'eros, e di massima libertà sessuale, anche a rischio di andare contro il Vaticano, è stato proprio il Ventennio fascista). Pasolini. L'altro, seminascosto e lieve come la caduta di una foglia e il suo rumore bianco, cantore di passioni piccole o grandi, comunque vissute, comunque conosciute. Ci sono poeti che conoscono le passioni, hanno un cuore sincero e vivo, ma non sanno cantare; ci sono poeti che danzano fra bellissimi versi simili a musica, ma al tatto si scoprono essere versi freddi, stilisticamente inchiodati all'algida limpidezza senza calore, poeti che sanno cantare ma non hanno nulla in cuore da urlare al mondo. E poi ci sono poeti, poeti veri, che conoscono passione, odio e amore, fanno ardere di fuochi magici la vita, e quando quei fuochi, quella bellezza suprema, devono metterli sulla carta, nei versi, hanno anche una Musa che li bacia in fronte, sanno cantare: Cardarelli. Di questi due poeti così diversi e lontani noi scruteremo oggi il loro rapporto, se tale si può chiamare, col fascismo: visto come passione, come Idea che incendia la vita e la giovinezza; come mondo che l'uno non sa capire eppure si sforza di capire, parlando coi suoi giovani, cercando di chiedersi chi siano, arrivando quasi ad invidiargli quello che lui (che ha scelto l'altra parte) non può essere e ciò a cui ha dovuto rinunciare - e mondo che l'altro canta -nel 1933- quando è al suo apogeo e insieme al suo declino, quando la sua giovinezza brilla sui sentieri più impervi del mondo, con lo sguardo fiero dei conquistatori e degli edificatori d'Imperi, ma quando già la passione si sta cristallizzando in regime, in burocrazia, fin quasi ad affievolirsi, ad addormentarsi per poi divampare nell'ultimo, meraviglioso fuoco sacro che fu Salò.
SALUTO E AUGURIO- AD UN GIOVANE FASCISTA, Di Pier Paolo Pasolini:
A è quasi sigúr che chista a è la me ultima poesia par furlàn; e i vuèj parlàighi a un fassista prima di essi (o ch'al sedi) massa lontàn.
Al è un fassista zòvin, al varà vincia un, vincía doi àins: al è nassút ta un país, e al è zut a scuela in sitàt.
Al è alt, cui ociàj, il vistít gris, i ciavièj curs: quand ch'al scumínsia a parlàmi i crot ch'a no'l savedi nuja di politica
e ch'al serci doma di difindi il latín e il grec, cuntra di me; no savínt se ch'i ami il latin, il grec - e i ciavièj curs. Lu vuardi, al è alt e gris coma un alpín.
« Ven cà, ven cà, Fedro. Scolta. i vuèj fatí un discors ch'al somèa a un testamínt. Ma recuàrditi, i no mi fai ilusiòns
su di te: jo i sai ben, i lu sai, ch'i no ti às, e no ti vòus vèilu, un còur libar, e i no ti pos essi sinsèir: ma encia si ti sos un muàrt, ti parlarài.
Dífínt i palès di moràr o aunàr, in nomp dai Dius, grecs o sinèis. Mòur di amòur par li vignis. E i fics tai ors. I socs, i stecs.
Il ciaf dai to cunpàins, tosàt. Difínt i ciamps tra il país e la campagna, cu li so panolis, li vas'cis dal ledàn. Difínt il prat
tra l'ultima ciasa dal país e la roja. I ciasàj a somèjn a Glísiis: giolt di chista idea, tènla tal còur. La confidensa cu'l soreli e cu'la ploja,
ti lu sas, a è sapiensa santa. Difínt, conserva, prea! La República a è drenti, tal cuàrp da la mari. I paris a àn serciàt, e tornàt a sercià
di cà e di là, nassínt, murínt, cambíànt: ma son dutis robis dal passàt. Vuei: dífindi, conservà, preà. Tas: la to ciamesa ch'a no sedi
nera, e nencia bruna. Tas! Ch'a sedi 'na ciamesa grisa. La ciamesa dal siun. Odia chej ch'a volin dismòvisi e dismintiàssi da li Paschis...
Duncia, fantàt dai cialsíns di muàrt, i ti ài dita se ch'a volin i Dius dai ciamps. Là ch'i ti sos nassút. Là che da frut i ti às imparàt
i so Comandamíns. Ma in Sitàt? Scolta. Là Crist a no'l basta. A coventa la Glísia: ma ch'a sedi moderna. E a coventin i puòrs.
Tu difínt, conserva, prea: ma ama i puòrs: ama la so diversitàt. Ama la so voja di vivi bessòj tal so mond, tra pras e palàs
là ch'a no rivi la peràula dal nustri mond; ama il cunfín ch'a àn segnàt tra nu e lòur; ama il so dialèt inventàt ogni matina,
par no fassi capí; par no spartí cun nissún la so ligria. Ama il soreli di sitàt e la miseria dai laris; ama la ciar da la mama tal fí.
Drenti dal nustri mond, dis di no essi borghèis, ma un sant o un soldàt: un sant sensa ignoransa, un soldàt sensa violensa.
Puarta cun mans di sant o soldàt l'intimitàt cu'l Re, Destra divina ch'a è drenti di nu, tal siún. Crot tal borghèis vuàrb di onestàt,
encía s'a è 'na ilusiòn: parsè che ericia i parons, a án i so paròns, a son fis di paris ch'a stan da qualchi banda dal mond.
Basta che doma il sintimínt da la vita al sedi par duciu cunpàin: il rest a no impuàrta, fantàt cun in man il Libri sensa la Peràula.
Hic desinit cantus. Ciàpiti tu, su li spalis, chistu zèit plen. Jo i no pos, nissun no capirès il scàndul. Un vecíu al à rispièt
dal judissi dal mond; encia s'a no ghi impuarta nuja. E al à rispièt di se che lui al è tal mond. A ghi tocia difindi i so sgnerfs indebulís,
e stà al zòuc ch'a no'l à mai vulút. Ciàpiti su chistu pèis, fantàt ch'i ti mi odiis: puàrtilu tu. Al lus tal còur. E jo i ciaminarai lizèir, zint avant, sielzínt par sempri la vita, la zoventút »
(E' quasi sicuro che questa è la mia ultima poesia in friulano: e voglio parlare a un fascista, prima che io, o lui, siamo troppo lontani. E' un fascista giovane, avrà ventuno, ventidue anni: è nato in un paese e è andato a scuola in città. E' alto, con gli occhiali, il vestito grigio, i capelli corti: quando comincia a parlarmi, penso che non sappia niente di politica e che cerchi solo di difendere il latino e il greco contro di me; non sapendo quanto io ami il latino, il greco - e i capelli corti, Lo guardo, è alto e grigio come un alpino. "Vieni qua, vieni qua, Fedro. Ascolta. Voglio farti un discorso che sembra un testamento. Ma ricordati, io non mi faccio illusioni su di te: io so, io so bene, che tu non hai, e non vuoi averlo, un cuore libero, e non puoi essere sincero: ma anche se sei un morto, io ti parlerò. Difendi i paletti di gelso, di ontano, in nome degli Dei, greci o cinesi. Muori di amore per le vigne. Per i fichi negli orti. I ceppi, gli stecchi. Per il capo tosato dei tuoi compagni. Difendi i campi tra il paese e la campagna, con le loro pannocchie abbandonate. Difendi il prato tra l'ultima casa del paese e la roggia. I casali assomigliano a Chiese: godi di questa idea, tienla nel cuore. La confidenza col sole e con la pioggia, lo sai, è sapienza santa. Difendi, conserva, prega! La Repubblica è dentro, nel corpo della madre. I padri hanno cercato e tornato a cercare di qua e di là, nascendo, morendo, cambiando: ma son tutte cose del passato. Oggi: difendere, conservare, pregare. Taci! Che la tua camicia non sia nera, e neanche bruna. Taci! Che sia una camicia grigia. La camicia del sonno. Odia quelli che vogliono svegliarsi, e dimenticarsi delle Pasque... Dunque, ragazzo dai calzetti di morto, ti ho detto ciò che vogliono gli Dei dei campi. Là dove sei nato. Là dove da bambino hai imparato i loro Comandamenti. Ma in Città? Ascolta. Là Cristo non basta. Occorre la Chiesa: ma che sia moderna. E occorrono i poveri.tu difendi, conserva, prega: ma ama i poveri: ama la loro diversità. Ama la loro voglia di vivere soli nel loro mondo, tra prati e palazzi dove non arrivi la parola del nostro mondo; ama il confine che hanno segnato tra noi e loro; ama il loro dialetto inventato ogni mattina, per non farsi capire; per non condividere con nessuno la loro allegria. Ama il sole di città e la miseria dei ladri; ama la carne della mamma nel figlio. Dentro il nostro mondo, dí di non essere borghese, ma un santo o un soldato: un santo senza ignoranza, un soldato senza violenza. Porta con mani di santo o soldato l'intimità col Re, Destra divina che è dentro di noi, nel sonno. Credi nel borghese cieco di onestà, anche se è un'illusione: perché anche i padroni hanno i loro padroni, e sono figli di padri che stanno da qualche parte nel mondo. E' sufficiente che solo il sentimento della vita sia per tutti uguale: il resto non importa, giovane con in mano il Libro senza la Parola. Hic desinit cantus. Prenditi tu, sulle spalle, questo fardello. lo non posso: nessuno ne capirebbe lo scandalo. Un vecchio ha rispetto del giudizio del mondo: anche se non gliene importa niente. E ha rispetto di ciò che egli è nel mondo. Deve difendere i suoi nervi, indeboliti, e stare al gioco a cui non è mai stato. Prenditi tu questo peso, ragazzo che i mi odii: portalo tu. Risplende nel cuore. E io camminerò leggero, andando avanti, scegliendo per sempre la vita, la gioventù.")
CAMICIA NERA, di Vincenzo Cardarelli:
Nata di certo tu sei in Toscana, camicia nera. Su per quei monti ove cadde Ferruccio e s’aprono i valloni dell’Inferno di Dante, io ti vidi ( e non eri che un’umile camicia da carbonai) mirabilmente fresca di recessi boschivi, nativa e pura come quella gente che vigila sulle alte fonti. Tu mi rammenti l’Appennino bruno i suoi crepuscoli profondi e mitici. Lassù ti vidi. E già del tuo colore si vestirono gli anni del riscatto, la Giovane Italia e Mazzini. Poi fosti manto di più duro lavoro, di utopie disperate. Hai conosciuto il fumo delle officine, la febbre degli anarchici, la lunga, eroica, faticosa storia d’un popolo in esilio. O Italia dispersa e proletaria, non pensavi alla guerra ed eri fatta per ritrovarti in lei. Nel tuo colore di morte si riconosce ormai la fiera gioventù. Ruggono al vento le Fiamme Nere. E le Camicie Nere che s’avanzano con violenza e voce d’uragano hanno le insegne, il grido, il passo, l’ordine delle antiche legioni. Quale cammino il tuo! Da quanto sangue fosti consacrata, camicia storica. Ed era sul tuo panno come il sangue d’una rondine uccisa. Ora sei la gloriosa, decente veste dell’Italia nuova. Beato chi sia degno di portarti a capo scoperto, lungo le vie soleggiate.
Così è, se vi pare. se 'odesto post vi è piaciuto, tirin fuori lorsignori una moneta dal borsellino e la riversino nel berretto dell'obolo, acciocchè LastThule di SchermoNero abbia a fare un concio Natale anch'egli. Per ogni comunicazione e apprezzamento -vi sarà risposto appena possibile- mi trovate come sempre nella mia messaggistica privata e via e-mail.
Cominciamo da lontano. Nessuno al giorno d’oggi si è più illuso che Mussolini avesse ragione:”Maestà, Vi porto l’Italia di Vittorio Veneto” resta più di ieri una speranza mai avverata, ma se è franato per viltà quello stesso Trono, se Sua Altezza Reale vent’anni dopo è scappato come il re dei conigli, facendo a spintoni coi suoi generali a cinque stalle per chi doveva salire per primo sulla bagnarola che doveva condurli in salvo, che doveva farsene, in fondo, dell’Italia che aveva saputo essere Patria? E nessuno oggi si illude di vivere nell’Italia di El Alamein, forgiata nel fuoco e nel sangue, acciaio e sabbia frustati dal vento del deserto, un’Italia eroica e grande nella sconfitta come pochi hanno saputo esserlo nelle loro vittorie. Guardate, ci sarebbe bastata l’Italia di Caporetto (oro colato): a fronte della insulsa vanagloria e della vigliaccheria di un Cadorna solo, l’eroismo e il sacrificio, inutile eppure non vano, di tutti gli altri, di tutti quei ragazzi mandati a morire e che sono effettivamente morti in quel dì del fosco evento: anche quella era Italia, che di tante cose si deve vergognare, non certo di Caporetto e di quei suoi figli caduti per l’idiozia di un pazzo, un generalicchio ottocentesco, però mantenendo ancora intatto e inviolato l’onore. Ci sarebbe bastato. Di chi siamo e di dove viviamo abbiamo piena, e ossessiva, coscienza. Di quale Italia ci sia toccata in sorte, eredità di chi è persino inutile oggi dirlo, abbiamo una vivida, tragica consapevolezza. L’unica nostra illusione, peraltro smentita dai fatti un giorno dopo l’altro, è che almeno al peggio ci sia un limite. Il Paese di oggi (nulla più che un semplice paese) è un palcoscenico per guitti in maschera, e questo sarebbe il meno. L’imbarazzante cagnara del dopo-sentenza dello stralcio del processo SME è la cartina di tornasole dei chiari contorni di una farsa che sempre più stancamente media e propaganda si ostinano a spacciare per verità: come se fosse possibile, come se qualcuno potesse ancora crederci, che politiche e decisioni riguardanti questa povera terra martoriata non siano accordi presi di nascosto, lontano dalle stanze istituzionali, in ossequio a giochetti di potere abbastanza terreni, come se fosse ancora possibile credere che la guida di una comunità e l’incarnazione dei suoi Valori sia riconducibile allo straziante balletto di un Presidente del Consiglio che con sempre minor pudore fa portare avanti leggi ad personam (la sua e quelle dei suoi amici) per mercede della servile intercessione del parlamento sotto casa (dove siedono i fascisti. Ha!) – oppure (gira sul Lato B) come fosse possibile credere che alla fin fine sia tutto lì, un’opposizione di sinistra o presunta tale che nel parlamento di cui sopra non trova le parole né ha voce (nemmeno quando era al governo), ed è capace di lottare solo per interposto opinionista, che sempre in merito alla sentenza SME è capace di partorire un’imbecillità quale “Berlusconi è stato condannato dai giudici, ma si è salvato per la prescrizione del reato”. Un’occhiata al Codice di Procedura Penale impedirebbe alla gente di parlare a vanvera e alla sinistra che si affida a questi scalfarini d’assalto di fare queste figure. Ci vorrà mica un giurista di classe internazionale per ricordare che quando risulta essere avvenuta la prescrizione i giudici devono (se non ricordo male ex 163 C.P.P., ma se volete controllo) concludere il procedimento col proscioglimento senza entrare nel merito della causa, poiché la prescrizione opera prima di qualunque discussione nel merito? Ci vuole un genio, occorre avere un’esperienza pluridecennale, o potrebbe immaginarlo col buonsenso anche un bambino, che prima di portare avanti un processo che costa tempo e soldi si sta a guardare se sia il caso di portarlo avanti, se non ci siano impedimenti che lo rendano inutile, come appunto la prescrizione? Questa, secondo la propaganda ecumenica, dovrebbe essere la politica. Intanto in questa Italia di Caporetto però istituzionale e giuridica, la ex culla del diritto, se il signor X si fa un giretto con la sua macchina, e viene tamponato da un tizio che non fa in tempo a frenare perché si distrae per rispondere al cellulare, al signor X viene corrisposto dalle assicurazioni (che lui anzi può persino truffare, questo è il paese dei furbi) un cospicuo indennizzo. Però, se la situazione è identica ma il signor X, anziché farsi un giretto, con la sua macchina si stava recando al lavoro, l’assicurazione non paga, perché l’incidente in itinere si considera come avvenuto sul posto di lavoro e per legge il pagamento spetta all’Ente di Stato preposto, ovverosia l’INAIL. Il quale, sempre per legge, non corrisponde alcun indennizzo, anche se per quell’incidente il signor X accusa dolori, mal di testa, di schiena, capogiri, vomito, l’ebola, il gomito del tennista, la depressione, lo sdoppiamento della personalità, sta male per sei mesi, eccetera. L’INAIL rimborsa, per legge, solo le spese sostenute: qualche decina d’euro, più una misera diaria giornaliera per i giorni di assenza dal lavoro. Ovvero, uno risponde al cellulare, per fare questo si distrae e tampona un altro tizio che si sta recando in auto al lavoro, l’altro tizio dall’incidente ne esce con le ossa alquanto ammaccate, e nel paese dell’arbitro venduto, era rigore non ne risponde praticamente nessuno. Intanto, per chiudere in bellezza, cominciano già a circolare le prime versioni sulla Leggenda di Roma Tre. La più accreditata racconta che un gruppetto minuscolo di pacifici dimostranti, tutti fra i 15 e i 17 anni, recatisi ad assistere senza intenzioni violente ma anzi in maniera civile ad un comizio razzista e xenofobo di Gianni Alemanno, gerarca del PNF nonché figlio illegittimo di Hitler, siano stati assaltati da una muta di fascisti da caccia, armati di spranghe, bastoni, tirapugni e dobermann, con stuoli di morti e feriti fra le file dei pacifici. Questa, almeno, è la ricostruzione presa per buona anche dal Manifesto e dall’Unità, che si domandano peraltro sgomenti come sia stato possibile (con l’avallo di un signor Ministro del Governo!) in termini di legge e di etica consentire una simile provocazione, i fascisti a Roma Tre!, che parlavano di OGM ed ecologia, perdipiù il convegno era organizzato anche da quelli del Foro 753, che è un partito fascista (vabbè, che qualcuno che ancora oggi si fa chiamare comunista non distingua fra associazione culturale e partito è perfettamente comprensibile), quindi provocazione, provocazione, anticostituzionale, pompieri, polizia, caschi blu, la democrazia è in pericolo. Senza contare che un povero manifestante pacifico -che era lì solo per dissentire educatamente ricordando che occorrerebbe chiedersi se sia il caso di far parlare i fascisti in un luogo pubblico (ma chi, Alemanno, il delfino di Fini? Sì, sì, lui, appunto, il fascista…), ma sempre alzando la manina (disarmata) per chiedere il permesso di esprimere quest’opinione e sempre con educazione- il povero manifestante pacifico, dicevamo, s’è ritrovato, udite udite, è tutto vero è scritto sul Manifesto non può non essere vero, un braccio rotto, pare per via di una bastonata. Solidarizzo col bastone.
Questa volta non vi avevo detto che sarei stato via, e così molta gente si è anche preoccupata. Vivo la mia solita vita di treni, ho pochissimo tempo da dedicare ad internet (fra l’altro sto combattendo contro un virus tremendo che ha tentato la scalata al mio PC), meno male che siete furbetti e mi cercate al mio indirizzo di posta elettronica: qualcosa dalla vita avete imparato, tipo che quando i venti del mondo mi sbattono qua e là l’e-mail è una delle pochissime cose che riesco a controllare in internet. La stessa schermata del mio blog non la guardavo da una settimana: capito ora perché ho disabilitato i commenti, che tanto qui non vi risponderebbe più nessuno? Nemmeno sotto Natale avrò tempo per stare al mondo, mentre ormai è ufficiale che non appena comprerò il prossimo biglietto del treno (per un tragitto qualsiasi) diventerò direttamente azionista delle Ferrovie dello Stato: ventinove anni e qualcosa, ottocento miliardi di chilometri di binari, la mia ragazza (un’altra, quella nuova, insomma, la mia ragazza di adesso, cioè, sono fidanzato, sì, insomma, voglio dire che era al mio fianco anche il giorno dopo, vabbè, voglio dire: la mia ragazza) si dispiace che io per vederla debba fare ogni volta un’ora di treno, manco fosse inizio-fine da un capo all’altro della Grande Muraglia. Un’ora di treno manco me ne accorgo, che passa. Un’ora di treno per me è giusto il tempo di trovare uno scompartimento vuoto (ah, misantropia…! E dire che in treno ho fatto i più begli incontri della mia vita… ne dovrò parlare prima o poi) e stiracchiarmi mugolando, che già sono arrivato.
Dico, peccato aver avuto poco tempo, di cose da dire ce ne sono tante. Come quella che… il processo alla Juve è finito in primo grado con la condanna del solo medico sociale. Il quale dopava i calciatori-cavie solo per fatti suoi, evidentemente, per vedere come andava a finire, mica c’entrava niente, la Juventus. Di tutte le soluzioni all’italiana, questa è la più scandalosa. Ora è persino meritoria, l’opera del dottor Agricola. Passato sotto le sue mani e le sue pasticche, Del Piero sembrava perfino un giocatore vero, all’epoca. In Ucraina tireranno i calci di rigore per stabilire chi ha vinto le elezioni. Sempre meglio che far incazzare il gigante buono, disse il popolo, dopo millanta anni di comunismo ci mancherebbe che ci prendiamo le bombe in testa proprio quando credevamo di essere finalmente liberi…Stati Uniti e ONU hanno preteso che stavolta si dovrà svolgere tutto senza condizionamenti esterni: certo che al mondo ce ne vuole, di faccia tosta… La più bella di tutte in provincia di Como. Si poteva scendere più in basso dopo la storia del Crocifisso? Si poteva ma era difficile. Ci voleva la maestrina delle elementari per riuscire a scavare dopo che si era toccato il fondo… nella canzoncina di Natale (abbastanza orrenda di suo, come la maggior parte delle canzoncine di Natale) c’era quella frase che poteva urtare la sensibilità dei bimbi musulmani che frequentano la scuola: oggi è il giorno di Gesù. Beh, le maestre si difendono, pare che l’idea sia venuta ad un bambino cristiano, che dice non voleva che si offendessero i suoi amichetti maomettani, insomma, s’è scelto di togliere il nome di Gesù dalla canzone (qualcuno saprebbe spiegare perché un musulmano avrebbe dovuto offendersi?) che così ora reciterebbe oggi è giorno di virtù. Molto più politically correct. La canzoncina di Natale nella strofa precedente parla di regali, torroni e panettoni, quello no, non offende, però, il messaggio d’amore di Cristo e la Sua venuta al mondo viene inculcato ai bambini come regali, torroni e panettoni e lì nessuno ha niente da ridire. Ma capito? Manco il coraggio delle loro azioni: hanno addossato la responsabilità ad un bambino a cui sarebbe venuta l’idea! E perché non la facciamo fare ai bambini, la Legge Finanziaria? E la prossima idea da chi la prenderanno, ‘ste maestrine da progressismo del Natale laico, da un minorato mentale, da un bambino in fasce, da chi? Che poi: io ho giocato a calcio, in un torneo molto seguito, contro una rappresentativa musulmana che aveva creato una sua squadretta per partecipare (arabi, ma anche bosniaci e turchi). Ci siamo trovati simpatici, ci siamo fatti la nostra partita, siccome è andata per le lunghe, alle cinque, quando mancava ancora mezz’ora alla fine, s’è sospesa la partita (capito? S’è sospesa la partita!) perché tutti gli avversari dovevano prostrarsi verso la Mecca eccetera eccetera, con tanto di muezzin. Beh, mi sono forse offeso, io? Ho mica detto niente? Ho aspettato che finissero e poi abbiamo ripreso tranquillamente a giocare. Invece, per le maestrine del comasco, Gesù nella canzone di Natale non va bene, offende qualcuno: e per fare rima, basta sostituire il suo Nome con la parola virtù. Ma vista l’aria che tira, avrebbero fatto meglio a sostituirlo con servitù.